mercoledì, 09 dicembre 2009

IL BARATTO

 

Le grandi buste di plastica cariche di spesa cominciano a farsi pesanti. Cerco di bilanciarmi un poco, ma i minuti di attesa sembrano eterni. Vedo tra gli altri Rosaria Viola: una giovane mamma che attende come me che i bimbi escano dalla scuola. Sono giunta presto e spero che la classe del mio nipotino non sia l'ultima. Per ingannare l'attesa mi rivolgo a Rosaria:

"Sono molto soddisfatta della nuova maestra dei nostri bambini, mi sembra una persona capace e stimolante."

"Se lo dice lei, signora, deve essere vero!"

La giovane mi guarda come fossi un oracolo: questi sono i vantaggi della terza età.

Le classi cominciano ad uscire chiassose dopo tante ore di silenzio; in un attimo il vialetto si è riempito di bimbi e ho timore di non riuscire a vedere il piccolo in tempo.

Alla fine esce anche la classe di Luca.

Mio nipote è un po' pensieroso e, mentre torniamo a casa, gli chiedo con dolcezza:

"Cosa avete fatto oggi, Luca?"

Il volto si anima:

"Nonna, abbiamo fatto un problema ed io sono stato bravo a risolverlo!"

"Di che problema si trattava?"

"Non mi ricordo bene, ma si doveva fare solo un'addizione."

Dopo lo scambio di queste frasi il piccolo torna ad ammutolire e il volto assume un'espressione assorta.

Una volta a casa metto la pentola con l'acqua sul fuoco e preparo la tavola:

"Luca dov'è il robot che ti ho regalato la settimana scorsa? Di solito lo hai sempre con te."

L'espressione diventa corrucciata:

"Te lo volevo dire da quando siamo usciti dalla scuola, nonna, ho fatto un baratto."

"Con che cosa lo hai barattato?"

"Con una macchinina che aveva Giulio."

Metto in tavola la pasta.

"Nonna, non sei dispiaciuta? Il robot me lo avevi regalato tu."

"Se tu sei contento, lo sono anche io. Me la fai vedere la macchinina?"

"Questo è il problema, Giulio me la porterà domani."

Un lontano ricordo affiora dalla mia memoria: sono una bimba di forse cinque anni e una voce sotto il balcone di mia nonna urla:

"Saponaro, 'e robbe vecchie!Saponaro, 'e robbe vecchie!"

Decido di raccontare di questo antico mestiere a Luca.

"Devi sapere che quando ero piccina sotto casa di mia nonna passava almeno una volta al mese un vecchio cencioso con un carrettino ed un sacco sulle spalle: era il saponaro. Si, chiamava così perchè vendeva sapone."

"Tua nonna non andava al supermercato a comprare il sapone?"

Scoppio in un'allegra risata:

"A quel tempo non solo non esistevano i supermercati, ma non esisteva neanche il sapone come quello che si compra oggi in panetti confezionati o liquido. Il sapone o era una cosa dura tagliata in pezzi da una forma grande così - allargo le braccia - o era una cosa molliccia e giallastra.

A volte il saponaro impiegava anche mesi per ritornare e si faceva il sapone in casa."

Il bimbo mi guarda incredulo.

"Come si faceva il sapone in casa?"

"Avevamo degli amici di famiglia che ci portavano i ricini, che sono i frutti di una pianta e somigliano alle castagne."

"Hanno le spine, nonna?"

"Si e all'interno ci sono dei frutti simili ai pinoli. Noi bambini eravamo forniti di piccoli martelli coi quali schiacciavamo con delicatezza i ricci fino a farne uscire quei pinoli. I frutti venivano infilati in una macchinetta dalla quale usciva una poltiglia che veniva messa in una grande pentola con acqua e un acido, il sublimato corrosivo. Dopo un poco di tempo il sapone era pronto e si versava in un grande stampo per farlo seccare."

Luca mi ha ascoltata ad occhi spalancati, affascinato forse da questa "industria" di altri tempi.

"Nonna, perché mi hai parlato di quel vecchio che vendeva il sapone? Cosa c'entra lui con il mio robot?"

"Il tuo scambio con Giulio me lo ha fatto tornare in mente perchè il vecchio cencioso aveva una sola regola: "Cà 'e pezze, cà 'o sapone"

"Che vuol dire?"

Che nel baratto lo scambio doveva essere immediato. Sai, Luca, lui non cedeva il sapone per soldi, ma in cambio di stracci vecchi, appunto le pezze!"

Il piccolo mi guarda affascinato:

"Ne hai visto di cose, tu! La prossima volta che baratterò qualcosa farò come il tuo saponaro: qua il robot e qua la macchinina!"

 

 


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giovedì, 03 dicembre 2009


L'uomo ha profonde rughe sulla fronte ed ai lati della bocca, ma la capigliatura ancora tutta scuro. Gli chiedo:

"Quanti anni ha?"

In tono di disagio:

"Quarantanove."

Mi sembra strano vedere un uomo di quell'età sui banchi destinati ad alunni ben più giovani di lui.

"Come mai si trova qui?"

Il grosso corpo si dimena un poco:

"Per contare le foglie."

La mia aria sbalordita lo induce a proseguire:

"Devo prendere la licenza elementare se voglio presentare la domanda per fare lo spazzino. Mi chiedo a cosa serve, se non per contare le foglie?"

La scena in bianco e nero ricorda le scuole serali degli anni '60.


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mercoledì, 11 novembre 2009

LA DONNA DELLA MIA VITA

Sala gremita, brusio di conversazioni a bassa voce, poi cominciano le domande.

"Ma come fa? Ci dica come."

Non posso esimermi ancora, devo dare una risposta:

"Era il sogno della mia vita e non mi stancavo di aspettarla. Tendevo i sensi nell’attesa che bussasse ancora alla mia porta. La prima volta che l’incontrai – come dimenticare la prima volta? – ero adolescente e in difficoltà.

Per molti anni non la rividi più. Ha fatto di nuovo irruzione poco tempo fa e, con i suoi modi suadenti ed autoritari a un tempo, incantandomi, ha fatto apparire il tempo tra una visita e l’altra inutile, sciupato. La sua presenza mi si annunzia sempre con una scarica di adrenalina, con un’eccitazione crescente che deve trovare uno sfogo.

La probabilità che bussi è massima quando abbasso la guardia, quando non cercandola mi trovo in quello stato tra sogno e realtà che precede l’addormentarmi o il risveglio. La sua presenza, in altri termini, è vita, la sua assenza il nulla.

Astuta ed intuitiva lancia i primi segnali del suo ritorno soprattutto in certe situazioni che devo studiare bene per farle ripresentare.

Mi si dirà:

"E’ il caso, non puoi farla ritornare a richiesta, su comando."

"Il caso non esiste, altrimenti la vita non avrebbe senso, senza possibilità di scelta. Alcune circostanze possono essere casuali, ma poi dobbiamo impegnarci perché le cose procedano nella giusta direzione."

Schiavi di qualcuno e pur resi liberi, affrancati dalla banale quotidianità, persi in uno spazio e un tempo irraggiungibili con i comuni mezzi. Il barlume della sua presenza mi fa ipotizzare una macchina capace di condurla a me a comando – sarebbe la stessa cosa poterla evocare così?

Una parola detta senza particolare intenzione, un odore, la vista di una foglia, tutto può favorire il suo ritorno a me.

Ma lei è dispettosa, non si fa blandire dalle mie promesse di fede eterna, vuole che mi impegni in modo che un giorno:

Toc…. Toc

"Bentornata, signorina ispirazione!"

Applausi e qualcuno comincia a farsi avanti per un una dedica sul libro.

 


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mercoledì, 11 novembre 2009

IL PACCO DI S P A G H E T T I

 


Napoli 1943, c’è la guerra. La giornata è cominciata al solito con il surrogato di caffè e la fame negli occhi dei miei familiari. Devo fare una visita a Torre Annunziata e la distanza da percorrere è molta, ma spero di ricavare qualcosa da mangiare per tutti quelli che dipendono da me: quattro bimbi, tre anziani zii ed una moglie a carico sono tante bocche da sfamare in quest’epoca. Nei momenti più bui prego sempre il Signore perché mi assista e la sua benevolenza nei miei confronti è evidente. Mia moglie Anita è la donna migliore che potessi incontrare. Il suo senso pratico e una spontanea ironia le fanno superare ogni ostacolo con disinvoltura e le fanno accettare, lei ancor giovane e bella, una vita tra anziani e gravidanze con lievità. Mai una parola di stanchezza, mai un momento di malumore.

Mi metto in cammino da Piazzetta Mondragone e tutto procede bene. La strada è in discesa. Arrivato a piazza Vittoria trovo un mezzo che mi porta alla stazione Centrale e di lì un trenino fino alla mia destinazione. Vengo accolto con sollievo dai numerosi parenti dell’ammalato che si affollano nella camera da letto.

  1. "Dottore, fortuna che siete arrivato, mio marito da ieri ha una febbre da cavallo ed io sono molto preoccupata. Dovete essere stanco, dopo una strada così lunga. Vi posso offrire un caffè?"

  2. "Grazie, signora, lo accetto volentieri."

Dopo poco la signora mi porta il caffè che sorseggio con beatitudine: è vero caffè, non un surrogato.

Prego tutti di uscire e faccio la mia visita che per fortuna si conclude con una diagnosi di semplice influenza e le benedizioni dell’ammalato. Mi faccio sulla soglia e:

"Signora, ora può rientrare."

"Dottore è grave?"

"Ma no, è cosa da poco, gli dia dieci gocce di questa medicina tre volte al giorno, alle 8, alle 16 ed alle 24" e le porgo una boccetta che ho con me.

"Dottore, volete dire alle otto, alle quattro e a mezzanotte?"

"Si signora. Vedrà che già da domani la febbre calerà, lo faccia bere molto."

"Da mangiare gli posso dare un poco di brodo di pollo?"

Il mio stomaco vuoto si contrae al ricordo dell’odore e del sapore del brodo di pollo.

"Certo, signora, il brodo è perfetto."

"Dottore siete proprio bravo, grazie. Quanto vi devo per la visita? Vi devo pagare anche la medicina."

Soldi? A cosa servono i soldi al giorno d’oggi?Facendomi forza per vincere l’imbarazzo, oso chiedere:

"Signora se ha qualcosa da mangiare, la gradirei più dei soldi; sa, a Napoli non si trova più nulla neanche alla borsa nera."

"Che mi dite! Noi abbiamo una fabbrica di pasta e poi un pezzo di terra e qualche gallina, se volete vi possiamo dare degli spaghetti."

"Grazie signora, li accetterò volentieri."

Dopo poco mi vedo porgere un fagotto color carta da zucchero lungo una quarantina di centimetri che conterrà circa 10 chili di pasta.

Felice per la ricompensa prendo il pacco e salutando mi avvio all’uscita.

Alla stazione mi accoglie la notizia che il trenino porta almeno un’ora di ritardo per un guasto sulla strada ferrata. Mi detergo il sudore e, visto un posto libero su una panca, mi accomodo predisponendomi alla lunga attesa. Le occhiate che gli astanti danno al mio pacco mi mettono sull’avviso: non dovrò perderlo di vista neanche un momento.

Man mano che il tempo trascorre il pacco si fa sempre più pesante sulle mie gambe poiché non sono abituato a portare pesi,ma ringrazio il Signore per quel carico che rappresenta la sopravvivenza per la mia famiglia.

Il ritardo ha raggiunto le due ore quando vedo arrivare il trenino. Facendomi largo fra la folla riesco a salire sul mezzo stracolmo di viaggiatori.


Il viaggio procede con molta lentezza poiché le fermate sono parecchie e il pacco diventa sempre più pesante, tanto che decido di metterlo a spalla come un fucile, non trovando una posizione più comoda. Nel vagone le conversazioni s’intrecciano perché noi napoletani siamo quasi incapaci di tacere e tendiamo a coltivare i rapporti umani.

"Signora, che dite, arriveremo per le sei?"

"Non so, ma forse ce la facciamo."

"Mio figlio maggiore è tornato a casa dal fronte per una licenza breve e sono andata a cercare un po’ di cose da mangiare."

"Signora, non mi parlate di cibo, almeno in periferia hanno gli orti, il pollaio, ma noi, sopra i quartieri non abbiamo neanche lo spazio per respirare."

Il tema cibo accende fitte conversazioni sulla guerra e la sopravvivenza e nel frattempo il tempo passa. Dal cielo un ronzio ci fa zittire tutti e vediamo dai finestrini lo spettacolo ormai consueto di quegli orribili mostri volanti apportatori di morte e distruzione. Tutto scompare, solo la paura aleggia nel treno. Vicino, ma non troppo, il boato di un’esplosione. Urla, pianti, invocazioni. Pochi minuti di terrore, comprendiamo di essere salvi, e il treno con una brusca frenata si immobilizza.

"Che succede, perché siamo fermi?"

"Ora scendo e chiedo al macchinista. Il robusto uomo scende e si avvia per alcuni metri sui binari oltre la locomotiva.

Dopo poco torna e:

"Dobbiamo proseguire a piedi, hanno bombardato i binari."

Imprecazioni irripetibili si alzano da ogni dove, poi, rassegnati, cominciamo a scendere.

Mi incammino, con il mio prezioso carico, seguendo la fila lungo la strada ferrata.

Dopo circa quindici minuti ancora il ronzio e la fila si disperde ai lati di ciò che resta dei binari. Siamo in campagna e non si vede alcun posto dove trovar riparo. Ancora con il pacco in mano cerco di appiattirmi sul terreno, quasi a farmi ingoiare. Poi le esplosioni, le urla, il fumo. Cerco di rialzarmi e presto soccorso ai feriti più vicini. Per fortuna ho la mia valigetta, che però mi serve a ben poco, non sono un medico militare, io. Chiudo gli occhi a chi non ce l’ha fatta, effettuo alcune medicazione e stecco qualche gamba, poi con la valigetta in una mano e il pacco di pasta nell’altra, riprendo il cammino a fatica.

Dopo molte ore mi ritrovo alla stazione di Napoli ma non sono più un giovanotto e le forze mi vengono meno. Mi seggo avvilito su uno scalino per cercare di riflettere sulla mia situazione. Mezzi di trasporto non se ne vedono, dovrò continuare a piedi ma non ce la farò mai, stanco come sono e con la pasta. Si impone una decisione drastica per quanto dolorosa. La mia mente sembra una mosca intrappolata in una ragnatela che si dibatte alla ricerca di una via di scampo. Conosco nessuno nei dintorni a cui lasciare il pacco? Alla stazione deve esserci un deposito bagagli. Forse posso cercare di resistere almeno fino ad arrivare a casa di qualche conoscente. Scartate tutte le ipotesi, non ne rimane che una: abbandonare il mio prezioso carico. Mentre mi dibatto tra queste ipotesi una confusione sulla via mi fa alzare lo sguardo. Un capannello di gente si è formato ai piedi della scala dove seggo. Vedo tre o quattro persone affannarsi intorno ad un corpo steso per terra. Qualcuno indica me e :

"Signore, site ‘nu mierico(siete un medico)?"

Mi alzo con fatica, poggio il pacco e mi appresto a vedere di cosa si tratti.

Steso al suolo un uomo di una sessantina d’anni sembra respirare a fatica. Mi chino, prego tutti di allontanarsi e cerco di visitare alla meglio l’uomo che non può parlare, tanto ha il fiato corto. Mi rivolgo agli astanti e chiedo se qualcuno abbia un po’ d’acqua, poi mi tolgo la giacca e fattane un fagotto la metto sotto il capo dell’uomo.

Giunta l’acqua il mio improvvisato paziente riprende fiato:

"Dottore mi sento già meglio" e fa cenno a rialzarsi.

Con veemenza gli pongo una mano sulla spalla:

"Potrebbe avere un capogiro, stia sdraiato ancora un poco."

Un ragazzetto si slancia dal circolo e corre verso lo scalino dove ero seduto: agguanta un tipo losco che ha preso il pacco con gli spaghetti e me lo riporta accanto.

"Ma verite che tiempe, nu pover’ommo nun po’ fa neanche ‘n’atto ‘e generosità(Ma vedete che tempi, un povero uomo non può fare neanche un atto di generosità)!"

"Grazie, giovanotto, lo poggi qui per terra."

Il ragazzo si china sul corpo del vecchio che nel frattempo si è seduto per terra.

"Papà te siente(senti) meglio?Vaco (vado) a prendere il mezzo e vengo qui davanti."

Il vecchio gli risponde di si, poi guarda me che devo avere un aspetto orribile, da un’occhiata al pacco per terra e:

Gigino, verimmo si putimmo(vediamo se possiamo) dare ‘nu passaggio al dottore.

Eccola la Provvidenza divina, penso con sollievo. Potrò portare a casa il mio prezioso carico.

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lunedì, 26 ottobre 2009

UN ALTRO MONDO

"Peppino, che dici, meglio questo" sullo schermo il programma di RAI3 "o questo?" il programma di RAI1.

Mia moglie Lorenza non riesce a prendere neanche la decisione più banale ed io la chiamo signora tentenna. Questo aspetto del suo carattere mi ha fatto disamorare, non la sopporto più.

"Metti RAI 3, non capisco cosa sia, non è l'ora del telegiornale, ma ho visto la famosa giornalista Giovanna Botteri, sarà successo qualcosa di nuovo."

Sullo schermo si vede il cielo azzurro come squarciato e diviso in un varco dal quale spunta un braccio maschile con una manica gallonata che fa cenno di entrare ai primi di una lunga fila.

"Chi sa dove vanno, Peppino!"

"Il mistero si infittisce, nel varco tutti entrano e nessuno esce. Io ed il cameraman abbiamo deciso di entrare e vedere se il collegamento regge. Spero di potermi ricollegare presto con voi. A più tardi, gentili ascoltatori."

La telecamera inquadra la zona e riconosco lo spiazzo sul mare vicino casa: la strada è intasata e la fila verso il varco si allunga.

"Lorenza, andiamo a vedere anche noi di cosa si tratta."

"Sarà prudente? Hai sentito che nessuno esce?"

"Tu fa ciò che vuoi, io vado."

Poco dopo siamo per strada entrambi. La via è deserta e lunghe file di auto sono parcheggiate alla meno peggio. Il brusio della folla sembra aumentare ad ogni istante. Ci mettiamo in fila.

"Signore, scusi, mi sa dire cosa accade?"

"Signova, non lo so, sono giunto da poco, forse questa è un'apertuva verso un altvo mondo!"

Già gli extraterrestri! Solo ad individui più avanti di noi nelle scoperte scientifiche poteva riuscire di squarciare il cielo e far camminare la gente sul nulla.

Il tempo passa e non si vede nessuno uscire, solo la mano che fa cenno di entrare. Arriva il nostro turno:

"Signora, si decida! o dentro o esca dalla fila!"

Sono le ultime parole che sento prima di varcare quella soglia.

Di là dal varco enormi girasoli tracciano un sentiero verso un’autostrada dove molti veicoli circolano tranquillamente, ma l’aria è fresca e salubre, non sembra risentire dello smog proveniente dagli scappamenti.

Il cuore giallo degli enormi fiori mi infonde un senso di vigore e tranquillità e, mentre assaporo questa sensazione:

"Benvenuto, accomodati!"

"Chi sei e cosa è questo luogo?"

"Se ti guardi intorno ti renderai conto che questo è il tuo mondo, ma a differenza di quello, qui non c’è inquinamento, né odio, né silos pieni di embrioni congelati, non pecore Dolly, non contrasti, non organismi geneticamente modificati, né bombe atomiche, violenza, miseria."

"Ho capito. Questo è il Paradiso!"

"Sei il solito presuntuoso. Questa copia perfetta del tuo mondo è dovuta alla volontà di un essere superiore."

"Dio."

"Non mi interrompere. Questo essere si è fatto carico di tutti i dubbi e le incertezze dell’umanità e, per toglierla dalle ambasce, prende tutte le decisioni dalle più semplici alle più complesse."

Mi rendo conto solo ora che questo dialogo è avvenuto per via telepatica contemporaneamente ad uno analogo con mia moglie. Il suo viso, al solo pensiero della possibilità descrittaci dall’entità misteriosa sembra ringiovanito di vent’anni – vi ho detto già che la chiamo Madama tentenna?

"In base a quali criteri l’essere superiore prende le decisioni?"

"Questo non è dato saperlo ma le sue decisioni sono sempre giuste."

"Non vale, perché non essendoci un contraddittorio, lui se la suona, se la canta e se la balla!"

"Nessuno ti obbliga a trattenerti, sei libero di tornare da dove sei venuto, o di restare ma se decidi di rimanere, questa sarà l’ultima decisione che avrai preso."

Non mi piace né ciò che mi viene comunicato, né il tono con il quale l'individuo si esprime. Esito.

La voce forte e chiara di Lorenza si alza:

"Il cammino dell'umanità dalla scoperta del fuoco ai trapianti di organi, dal ferro ai vaccini, è avvenuto per la determinazione e le idee diverse di molti individui. Senza l’esigenza di conoscere di alcuni e lo stimolo in senso inverso di altri, forse alcune di queste conoscenze non sarebbero mai diventate patrimonio dell’umanità. Ai singoli è toccato, pur tra dubbi ed esitazioni, procedere nel cammino della conoscenza non perché un essere superiore lo avesse deciso - ci può essere “conoscenza su commissione”? – ma per rispondere ad un’esigenza del proprio intelletto, che non può essere arrestata una volta messa in moto. Toccherà, poi, sempre ai singoli fare buono o cattivo uso di quanto appreso, rispondendo alle istanze del proprio cervello e del proprio cuore. Questo mondo di individui senza libertà né democrazia non può essere adatto a me né ai miei consimili, perché noi abbiamo avuto da Dio un dono immenso che è quello del libero arbitrio che ci rende simili ma non uguali, non cloni l’uno dell’altro. Questo dono a volte ci fa sbagliare, ma siamo abili anche ad apprendere dai nostri errori e capaci di ripensare con senso critico al passato.

Questo tuo essere superiore in poche parole vuole toglierci la libertà."

Lorenza ha assunto un atteggiamento fiero e determinato, si gira e torna verso il varco. La seguo per essere accolto dall'aria puzzolente di diverse macchine che rimettono in moto.

Mi sento confortato perché molti altri hanno fatto la nostra scelta ed il futuro mi sembra migliore per il solo fatto che tutti insieme potremo scegliere di modificare il nostro mondo. Col capo eretto Lorenza procede dinanzi a me. Come ho potuto pensare di lasciarla?


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venerdì, 25 settembre 2009

La cornucopia



Lo squillo del campanello mi fa asciugare in fretta le mani, togliere il grembiule e darmi una frettolosa pettinata ai capelli. Lo specchio mi rimanda l'immagine di una donna giovane, scuri gli occhi ed i capelli, una blusa azzurra ed una gonna nera. Sono presentabile e mi avvio alla porta.
Il fattorino dell'ufficio con un gran cesto in mano mi dice:

"Buongiorno, signurì, scusate signora."
"Vincenzo, cosa ci fa qui?

"Signò, il capo mi ha detto di portare a voi e al ragioniere questo" fa cenno al cesto "dice che gli auguri ve li ha fatti, ma come si dice da noi”auguri senza canisto fa vedè che non l'e visto” (auguri senza regalo fa vedere che non li hai visti). Pesa molto, signò, ve lo metto sul tavolo?"
"Si grazie Vincenzo, ringrazieremo il capo di persona quando lo vedremo."
Chiudo l'uscio e come una bimba corro a vedere cosa contiene il cesto.

Sposi da poche settimane io e mio marito ci siamo conosciuti lavorando per il capo, come lo chiamano tutti e dopo solo sei mesi di frequentazione ci siamo sposati. Dicembre 1943 a Napoli non è certo un buon periodo per sposarsi, ma la precarietà dell'esistenza di questi tempi ci ha indotti a fare il grande passo in fretta. Abbiamo ricevuto qualche regalo dagli amici e dai parenti, ma di questi tempi, sono stati regali pro forma.

Il cesto si rivela una cornucopia: sacchetti di fagioli, di ceci, di lenticchie, della farina, dello zucchero, bottiglie di olio e di vino, diversi pacchi di pasta, alcuni chilogrammi di mele e poi, arance e mandarini, piccoli provoloni e salami. Da molti anni non vedo quegli alimenti e mi sento girare la testa. Continuo a scartocciare come fanno negli anni ‘2000 i bimbi sotto l’albero di Natale pieno di doni. In un pacchetto avvolto con più cura degli altri scopro due uova. Ho dimenticato esistessero le uova. Qualche volta, poche in verità, ho trovato la polvere di uova. Smetto di scartocciare e mi seggo di botto al tavolo di cucina mentre il cervello si agita con furia. Devo trovare il modo di valorizzare tutto questo ben di Dio. Penso alla mia numerosa famiglia di origine che patisce la fame come tutti a Napoli in questo periodo, perchè cibo non se ne trova più neanche alla borsa nera. Ripenso a qualche domenica prima quando mio marito Aldo ed io abbiamo fatto tutto il tragitto da casa nostra a casa dei miei genitori cercando un poco di carne da portare in dono. Mio marito ha una certa disponibilità economica e non si trattava del danaro, quindi. Siamo riusciti a trovarne un chilo tra fette, interiora, bollito e non so cos'altro.
Le uova: come posso valorizzarle? Le ipotesi sono tante e mentre penso gli faccio una frittata,subito dopo penso le faccio sode e poi le faccio strapazzate e ancora faccio una brioche o dei biscotti o… sono così versatili le uova!
I miei nipotini ascoltano in silenzio il racconto di quegli anni lontani e giunti a questo punto mio nipote interviene:
"Nonna come le hai cucinate, poi?"
Frugo nella memoria a distanza di cinquant’anni, ma alla fine devo confessare con malinconia:

"Luca, sono passati tanti anni, non me ne ricordo più."


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venerdì, 25 settembre 2009

Al paese

Sono i primi anni ’50 ed ho quindici anni quando un giorno Don Francesco il sensale di cameriere viene a casa mia e chiede di parlare con mio padre.

"Accomodatevi - e gli faccio cenno alla porta - lo vado ad avvertire subito."

Corro nel campo dove mio padre sta zappando il terreno e lo chiamo. Lui si deterge il sudore sulla fronte, poi si asciuga le mani, mette la zappa sulla spalla e viene verso di me con un’aria che non promette nulla di buono.

"Carmilì ti ho detto cento volte che quando lavoro non voglio essere disturbato."

"C’è Don Francesco che ti vuole parlare, l’ho fatto entrare in casa e ti aspetta."

Mio padre sbuffa, mi guarda in tralice e si avvia verso casa.

"Tu resta fuori, se ho bisogno ti chiamo io."

"Va bene" rispondo a malincuore perchè sono curiosa.

Aspetto per un po’, poi vado a dare da mangiare ai polli sull’aia , nel frattempo è tornata mamma dalla stalla e saputo di Don Francesco ha aspettato con me fuori.

Esce papà e:

"Antoniè, Carmilì, venite a sentì pure vuie."

Entro timorosa al seguito di mammà.

Papà ha un’aria strana, sembra incerto, lui che è sempre così sicuro di sé.

"Don Francesco mi ha detto che ci è capitata una vera fortuna, anzi è capitata a te, Carmilì. C’è una famiglia a Napoli che cerca una ragazza a servizio. Non importa che la ragazza abbia referenze, ci penserà la signora ad istruirla. Basta che sia docile e di buon carattere."

La proposta mi fa sbarrare gli occhi perché molte compagne mie sono andate a servizio in città e quando sono tornate in visita al paese erano diverse, sembravano delle signorine con i capelli tagliati e degli abiti nuovi e poi tutte hanno le mamme che con i soldi guadagnati stanno preparando il corredo. Io non sono fidanzata, ma chi se la piglia una che non ha neanche un poco di corredo?

"Don Francè e quanto le darebbero?"

"Antoniè, pensa le darebbero x lire, cioè quanto prende una cameriera finita"

Interviene mio padre:

"Che te ne pare, Carmilì, ci vuoi andare?"

Non sono mai andata a Napoli, anzi non mi sono mai spostata dal paese, se non per andare al Santuario della Madonna, poi la somma mi sembra enorme e mi viene un dubbio:

" Per quanto tempo devo rimanere a servizio per quella somma?"

"Per un mese, stupida."

Interviene mammà:

"Don Francè, Carmelina è na figliola, c’ho dovete dicere alla signora che l’adda considerà comme na figlia, la deve sorvegliare, ci deve badare lei."

Il sensale prende un’aria seria e:

"Antonietta, sono solo marito e moglie e due bambini, maschi giovani non ce ne sono e poi sono persone perbene, timorate di Dio, lo sapete come lavoro io, ho preso informazioni."

Mammà si alza e:

"Don Francè, però a Napoli ci vengo pure io, voglio vedere dove vivrà mia figlia, che aspetto hanno la casa e la signora."

"Antoniè, i soldi per il viaggio sono vostri, se volete, venite pure voi."

Don Francesco prende appuntamento per il martedì successivo alla fermata della corriera che porta a Napoli verso le sei e trenta, ci saluta e se ne va.

Mammà chiude la porta e corre verso la cassapanca, dal mazzo di chiavi che ha alla cinta ne pesca una, la infila nella serratura della cassapanca, la apre ed in fretta fruga.

"Antoniè, ma che cerchi?"

"Virgilio vedo se c’è qualcosa per Carmilina, mica la possiamo mandare a Napoli con il grembiule."

Quella cassapanca è il luogo dove mammà conserva il suo corredo ed ogni genere di cose femminili: i ferri per la maglia, matasse di lana e cotone, scampoli di stoffa comprati alla fiera e il suo corredo tutto ricamato. Anche io ora potrò avere una cassapanca dove sistemare il corredo che mi farò con i soldi guadagnati.

Mamma mette da parte qualcosa con cura, poi si toglie il grembiule, si arrotola i capelli, vi mette sopra un fazzolettone e, girandosi verso la porta di casa dice:

"Vado un momento da donna Rosetta per vedere se ha una valigia da prestarmi."

Rimango con mio padre fino al ritorno dei miei fratelli e sorelle dai campi. Sembrano sei lupetti affamati quando scodello nei piatti la pasta e patate. Sono giovani, loro ed il lavoro nei campi è duro.

 

Andiamo a Napoli

Il martedì io e mammà siamo puntuali alla fermata e mi sento emozionata perché non sono mai stata così lontano. Tutto mi appare nuovo, anche l’ultima casa del paese eh si che la conosco bene, lì ci abita la mia amica Anna!

Dopo qualche ora siamo a Napoli e lo spettacolo mi sembra ancora più strano con tante macchine, le piazze grandi con le statue e tanta gente per strada.

In prossimità della fermata Don Francesco fa un cenno a me ed a mammà, così siamo i primi a scendere Ci avviamo per una via dritta e dopo circa una mezz’oretta vedo un castello che sembra quello di Biancaneve che ho visto sul libro della maestra.

"Carmilì acconciate ‘nu poco stì capille, me sembri ‘na pazza."

"Don Francè, mica tengo ‘o pettine, io."

Cerco di aggiustarmi un poco con le mani dopo aver posato la valigia per terra.

Ci inoltriamo in un palazzo con l’ingresso grande e cominciamo a salire le scale. Non sono abituata a salire le scale e dopo un po’ mi sembra che mi giri la testa, ma siamo arrivati ad una porta lucida lucida con dei pomoli che sembrano d’oro.

 

La prima giornata a casa dei signori

La porta ci viene aperta da una signora che sembra giovane come me. Con un gesto della mano ci fa cenno di entrare.

"Entrate, prego, vi aspettavo, vi faccio strada. Chiude la porta e ci fa entrare in quello che lei chiama lo studio di mio marito."

"Signò, questa è Carmilina."

"Carmilì saluta la signora."

"Buon giorno, signora."

"Fatti guardare, Carmelina, come sei giovane!"

Si mettono poi a parlare del mensile e la signora dice:

"Avrai la domenica libera, Carmelina."

"Signò, Carmilina non conosce nessuno a Napoli, a che le serve avere la domenica libera? Carmilina è giovane assai e Napoli è grande, può essere che si sperde pure."

"Gentile signora mamma, non si deve preoccupare, le prime volte può uscire con Nunzia, la ragazza che lavora al piano di sopra che è una brava ragazza e qualche volta la domenica può andare al cinematografo con i miei bambini."

"Signò c’ate ‘a stà accorta vuie, pecchè ‘a guagliona è ingenua assai."

"Non vi preoccupate la tratterò come una figlia."

Poche altre parole poi mammà mi si avvicina e mi bacia forte sulle guance, mi saluta e mentre mi giro già sono usciti per far ritorno a casa. Chi sa quando rivedrò la mia casa, non è bella come questa, ma sembra già che mi manchi.

"Carmelina, vieni con me che ti faccio vedere l’appartamento."

Ci inoltriamo per il corridoio e siamo in “sala da pranzo”. Attraverso i vetri del balcone rivedo il castello e quella vista mi fa passare il groppo che ho alla gola.

La signora guarda l’orologio che al polso e mi chiede di aiutarla ad apparecchiare la tavola.

Mi mostra poi il cassetto con la tovaglia ed i tovaglioli, il posto dei piatti e quello delle forchette e dei bicchieri. Mi indica come sono disposti i posti e prende piatti, posate e bicchieri come se a tavola dovessero sedersi dodici persone.

Mentre mi affanno a mettere il secondo posto lei va in cucina a preparare e mi dice di raggiungerla dopo ce ho finito.

Anche la cucina è uno spettacolo per me. Invece che dal camino, il fuoco esce da un aggeggio piatto e la fiamma è azzurra e piccola, ma deve riscaldare bene perché dopo poco l’acqua per la pasta già bolle.

"Carmelina, oggi mangiamo una minestra e una braciola di carne, ti piace questo cibo?"

"Signora, a casa mia la carne è cibo per la domenica, se ce lo possiamo permettere."

Credo che mi troverò bene in questa casa e poi mi piace tanto il suono della voce della signora quando mi chiama Carmelina!

Poco dopo squilla il campanello della porta la signora mi dice di andare ad aprire la porta perchè sono i figli che tornano da scuola.

Entrano due bambini con i grembiuli della scuola che sono celesti, invece che neri come quelli che portano gli scolari al paese mio.

Il maschietto, più piccolo mi chiede:

"Chi sei, tu, non ti conosco."

"Sono Carmilina, la nuova cameriera."

Interviene la femminuccia:

"Ahahah! Non si dice Carmilina, si dice Carmelina."

I bimbi si tolgono i grembiuli e corrono in cucina.15/8/08

  • Bentornato, Federico, bentornata Carla. Andate a lavarvi le mani che tra poco papà sarà di ritorno e voi sapete che non può rimanere per molto tempo. Carmelina vai con loro e se occorre, lavati le mani anche tu.

I bimbi si girano e si inoltrano per il corridoio mentre io li seguo.

Il maschietto apre una porta e vedo una stanza con le mattonelle alle pareti – che strano, al paese le mattonelle sono solo per terra.

Federico gira una specie di pomolo ed esce dell’acqua, prende poi una saponetta rosa e si sfrega le mani facendo formare una schiuma morbida e leggera, si sciacqua, si asciuga, rigira il pomolo e cede il posto alla sorella che rifà gli stessi gesti, poi si sposta e:

  • Carmelina, ora tocca a te.

Cerco di girare il pomolo, ma l’acqua non esce ed allora ritento.

  • Sei proprio una sciocca, devi girare al contrario.

  • Si signorina.

Mortificata faccio il gesto giusto e penso che questa bimba è proprio una strega, altroché signorina come mi ha detto di chiamarla Don Francesco. Al mio paese l’acqua la dobbiamo prendere dal pozzo e per bere dobbiamo andare alla fontana in piazza e metterci sulla testa il pesante catino. Qui tutto è così semplice e poco faticoso.

Il trillo del campanello fa scappare i due bimbi ad aprire la porta. Dall’ingresso mi giungono rumori di baci e voci che dicono:

  • Ciao papà.

  • Ciao Federico.

  • Ciao Carla.

  • Antonio, questa è Carmelina, la nuova domestica.

  • Benvenuta, Carmelina!

  • Buongiorno, signore.

Mentre tutti si dirigono verso la stanza da pranzo, La signora mi fa cenno di seguirla in cucina e mi fa vedere un posto apparecchiato sulla tavola.

  • Carmelina, tu mangerai qua. Appena senti un campanello vieni in camera da pranzo e porta il secondo piatto. Versa poi la minestra in una capace zuppiera, la prende e se ne va.

  • Va bene signora.

Mi seggo e comincio a mangiare la minestra con un po’ d’esitazione perché solo di rado ho mangiato in casa d’altri. Com’è buona questa minestra, la signora è proprio una brava cuoca!

Dalla stanza da pranzo mi arrivano brandelli di conversazioni e di risate e mi fanno immalinconire perché mi sento sola. Dopo poco sento un campanello e prendo il piatto da portata e lo porto di là.

  • Qui, mettilo qui.

Metto il piatto accanto alla signora che mi dice di aspettare, fa i piatti a tutti e poi mi porge il piatto da portata dicendomi di riportarlo in cucina.

Dopo la frutta i bimbi hanno il permesso di alzarsi da tavola e vanno nella loro camera a studiare. Anche a me sarebbe piaciuto studiare, ma ho fatto solo fino alla quinta elementare perché soldi per i libri non ce n’erano a casa mia e papà ha detto:

  • Sai leggere e fare di conto. Di più non ti serve per dar da mangiare alle bestie e badare ai figli che avrai quando ti sposerai.

Forse aveva ragione lui, ma mi è sempre piaciuto leggere e scrivere e solo la maestra Veronica ogni tanto mi viene a trovare e mi porta un libro. Tante volte mi ha detto di leggere tutto quello che mi capita tra le mani, così non dimenticherò come si fa. Un giorno, poi mi ha portato questo libricino dicendomi che è un diario dove posso annotare ciò che mi capita e non dimenticare come si scrive. Per fortuna che l’ho messo nella valigia, così ora mentre i bimbi studiano mi sono seduta alla scrivania dello studio, l’ho preso e con l’autorizzazione della signora sto scrivendo.

Ho chiesto il permesso alla signora che mi ha detto:

  • Certo che puoi sederti nello studio, ma se devi scrivere aspetta un momento.

Ha portato dei fogli di giornali e li ha stesi sulla scrivania dopo aver spostato tutto.

  • Così non devi preoccuparti della macchie.

Tranquilla prendo il calamaio, l’asta della penna, il nettapenne nero e un pennino nuovo. Intingo la penna e comincio a scrivere. Ora ti devo lasciare caro diario perché devo andare a rigovernare i piatti.

 

Il primo pomeriggio

Il pomeriggio è trascorso tranquillo pulendo la cucina e ammirando tutte quelle cose nuove: un armadio tutto bianco che ha la luce dentro e che la signora mi ha detto si chiama frigorifero - Una specie di dispensa dove mette le cose da mangiare - una macchina simile ad un cubo che serve a lavare la biancheria; una “cosa” lunga come una scopa che si chiama lucidatrice ed ancora non ho capito a cosa serve.

Federico nel pomeriggio se ne va al balcone a guardare il movimento per strada. Mi hanno spiegato che è solo da pochi mesi che abitano in questa casa e lui non si è stancato ancora di guardare le novità. Ad un certo punto mi ha chiamata e ha detto:

  • Vieni a vedere Carmelina.

Di fronte il castello e più vicino un cavallo attaccato ad una carrozzella che mangia da una sacca che gli pende dal collo. Non mi sembra tanto interessante la vista di un cavallo ma quella di alcuni uomini alti alti con cappellini strani bianchi in testa, quella si che è interessante.

  • Chi sono quelli?

  • Sono marinai americani.

  • Cosa ci fanno così lontano da casa?

  • Sono sbarcati da quella nave.

Il bimbo mi indica la ciminiera di una nave e poi prosegue:

  • Hai visto che alcuni hanno la pelle nera?

  • Si non ne avevo mai visti prima.

  • Neanche io prima di venire ad abitare qua e poi se siamo fortunati possiamo vedere dei turisti americani vestiti strani e tante altre persone di varie nazionalità, sai ho imparato a distinguere gli indiani dai cinesi.

Quante novità tutte in una volta, mi sento girare la testa.

 

La prima notte fuori casa

 

la sera, dopo la cena tolgo i piatti sporchi e pulisco la cucina. Ora che conosco la casa un poco meglio, mi chiedo dove dormirò perché ci sono solo due camere da letto ed una è quella dei signori, l’altra quella dei bambini e in nessuna delle due ho visto un altro letto per me.

  • Carmelina, vieni, ti mostro dove dormirai.

  • Subito, signora – e corro nel corridoio.

La signora mi fa cedere una grande poltrona verde che sembra di pelle.

Non sarà un letto, ma deve essere comoda, sembra morbida.

  • Ecco, Carmelina, devi fare così.

Pochi gesti e dalla poltrona aperta esce una rete che si alza, sotto, piegato in due un materasso. Aiuto la signora e mettiamo il materasso sulla rete. La signora mi da le lenzuola e preparo il letto.

  • Carmelina, per la notte puoi accendere questo lume qui e se hai bisogno del bagno, sai dov’è il tuo bagno.

Caro diario, mi ero dimenticata di dirti che in questa casa avrò un bagno tutto mio.

Posso entrarvi dal corridoio o direttamente dal balcone del corridoio dove dormo.

La signora ha detto che certo non è molto comodo perché ci sono solo un lavandino ed il vaso, ma per lavarmi le parti intime posso usare un bidè (una specie di bacile) di ferro smaltato che è posto sotto il lavandino)e per fare il bagno una volta alla settimana userò il “bagno padronale”. Non ho capito bene, ma per me è il paradiso avere un vaso tutto per me in casa e potermi lavare con l’acqua fredda o calda. La signora mi ha detto pure che d’inverno, se devo andare in bagno di notte senza passare dal corridoio, dovrò ricordarmi di mettere la vestaglia per non prendere freddo.

 

 

alcuni mesi dopo

Sono passati alcuni mesi caro diario e mi sono abituata al rumore, alle luci ed a tutte le cose nuove della città. Il lavoro non è così faticoso come quello che facevo in campagna a casa mia, ma mi sembra di non aver un attimo libero per me perché devo sempre stare attenta a ciò che faccio o dico per non suscitare malumori e qui non posso nemmeno farmi scappare una mala parola come mi capitava qualche volta al paese con i miei fratelli. Anche lo sfogo che trovavo nello scrivere si è interrotto quando Carla un giorno ti ha trovato ed è andata in giro per casa a leggerne pezzi a tutti. Mi sono sentita umiliata, mortificata e piena di vergogna.

Ora mi sono un poco ingrassata e la signora un giorno che siamo andate insieme a comprare i grembiuli (sapessi come sono carini, sembrano dei vestiti celesti e sopra c'è anche un grembiulino piccolo da mettere quando viene qualcuno a prendere il caffè o pranzo o a cena) mi ha osservata a lungo e poi:

  • Carmelina credo che tu abbia bisogno di una maglia nuova, questa ti stringe troppo.

Così mi ha fatto provare diverse magliette e pensa a fatto scegliere a me ciò che volevo. Mi sento proprio bella con questa maglia (la signora la chiama pullover) che è di un bel punto di azzurro e, come dice la signora:

  • Si adatta bene con i tuoi capelli biondi e con il colore della pelle.

Anche Giovanni, il commesso della salumeria dove vado a fare la spesa si è accorto che sono cresciuta perchè prima mi trattava come una bambina, ma oggi mi ha chiesto:

Cosa posso servirle oggi, signorina?

 

Carmelina è cresciuta

Oggi sono molto confusa, caro diario. Quando uscivo per strada, prima, mi sembrava che nessuno badasse a me, non come al paese dove siamo sempre sotto gli occhi e sulla bocca di tutti. Ora tutto è cambiato in modo strano. Gli uomini mi fischiano dietro e mi dicono cose che non capisco, ma mi sembrano brutte. Mi sento in imbarazzo ed allo stesso tempo lusingata. Ho chiesto alla signora cosa significasse qualcuna delle frasi udita e lei:

  • Ma dove hai sentito queste cose?

Le ho dato spiegazione e lei mi ha detto:

  • Fa finta di non sentire e cammina dritta per la tua strada, a volte gli uomini sono un po' sciocchi e non si rendono conto che sei solo una ragazzina.

Da quel giorno, però, non vado quasi più a fare la spesa da sola ed esco con la signora.

Di questa vita in città mi piace anche un'altra cosa. Caro diario, mi ero dimenticata di dirti che in questa casa avrò un bagno tutto mio.

Posso entrarvi dal corridoio o direttamente dal balcone del corridoio dove dormo.

La signora ha detto che certo non è molto comodo perché ci sono solo un lavandino ed il vaso, ma per lavarmi le parti intime posso usare un bidè (una specie di bacile) di ferro smaltato che è posto sotto il lavandino)e per fare il bagno una volta alla settimana userò il “bagno padronale”. Per me è il paradiso avere un vaso tutto per me in casa e potermi lavare con l’acqua fredda o calda. C'è anche uno specchio dinanzi al quale posso pettinarmi e non sai che sollievo è non sentirmi più come una pazza.

 

Breve vacanza al paese

Oggi sono tornata al paese dopo quasi cinque mesi. Tutto mi è caro e sconosciuto ad un tempo, luoghi e persone. Il mio amico d'infanzia Antonio mi ha salutata dicendomi:

  • Ti devo chiamare signorina, ora?

Poi mi ha guardata con sguardo beffardo e mi ha detto:

  • Ce la fai ancora a correre fino in fondo alla strada?

Crede forse che in città mi sono rammollita?

  • Certo e ti batterò come sempre.

Caro diario non avevo pensato che correre con le scarpe e per giunta con i tacchi, non è come farlo a piedi scalzi.

  • Sei un pappamolle, Carmilì.

  • Zitto tu, lascia che mi tolga le scarpe.

Con gesto deciso mi tolgo le scarpe e via, lo batto come sempre e lui mi guarda e mi propone:

  • Facciamo un'altra corsa fino al pagliaio.

Ci dirigiamo veloci verso il pagliaio e vi sprofondiamo come al solito, ma Antonio mi crolla addosso ed affannando mi da un bacio sulle labbra.

Che cosa strana è stata, caro diario, il cuore mi batteva forte e mi sentivo il viso in fiamme. Immagina il mio imbarazzo dopo, quando mi ha chiesto:

  • Ti è piaciuto? Lo faccio ancora?

Siamo tornati piano in paese, senza parlare e come due estranei.

 

Ritorno a Napoli

Com'è strano ritornare a Napoli come se questa fosse casa mia e sentire lontana la mia casa al paese, lontana e cara ancora di più con il ricordo delle labbra di Antonio e negli occhi il suo sorriso scanzonato.

  • Carmelina è successo qualcosa ai tuoi? Hai un'aria strana.

  • No, signora, stanno tutti bene.

Come avrà fatto ad accorgersi di quello che mi frulla per la mente?

Ieri, mentre servivo il pranzo ho sentito il signore che diceva:

  • Sono un po' preoccupato per Carla, quella bambina mangia troppo poco.

La signora ha risposto che lo aveva notato anche lei e che ne avrebbe parlato con il medico di famiglia.

Da quando sono tornata i miei rapporti con Carla sono migliorati forse perchè mi sono offerta di fare un abito nuovo per la sua bambola preferita. Per me sarà un grande piacere – io non ho mai avuto una bambola e questa è davvero bella con i capelli biondi e lunghi e gli occhi azzurri. Mentre nel pomeriggio cercavo un po' di stoffa per l'abito in un cestino dove la signora mette i ritagli di stoffa, Carla mi si è avvicinata ed ha afferrato un pezzo di velluto blu scuro e :

  • Non ti sembra che questo possa andare bene, Carmelina?

  • Signorina Carla mi sembra adatto per un abito da sera.

  • Carmelina, la bambola serve solo per giocare, abito da sera o da mattina, cosa importa?

Insieme abbiamo continuato a pensare a come dovesse essere il modello e l'ho tagliato. Domani lo cucirò.

L'abito per la bambola è terminato ed è una vera bellezza. Carla mi ha detto:

  • Come sei brava, Carmelina, grazie.

La soddisfazione per me è staa grande e penso che questa bambina deve sentirsi sola senza sorelle e con poche amiche che abitano lontano, forse è per questo motivo che è sempre così di cattivo umore.

 

Qualche giorno dopo

Oggi Giovanni, il commesso della salumeria, è venuto a consegnare la spesa e nel porgermi la busta mi ha accarezzato la mano che io ho ritratto in fretta.

Federico ci ha visti ed è stato molto imbarazzante ascoltarlo mentre diceva a tutti:

  • Giovanni fa la corte a Carmelina.

La signora mi ha chiamata in disparte e mi ha chiesto se fosse vero. Le ho risposto che credo di si, ma non capisco bene perchè un giovane di città come lui dovrebbe fare la corte proprio a me che sono una povera paesanella.

  • Ti sei fatta una bella ragazza, Carmelina, perchè non dovrebbe farti la corte?

La sola cosa importante è che tu non gli dia confidenza finchè non si è

dichiarato e non abbia chiesto di parlarne con i tuoi genitori.

Il pensiero del bacio con Antonio mi ha fatto riflettere sul fatto che forse vorrei come fidanzato lui e non Giovanni.

Domenica

 

 

  • Oggi sono proprio felice, caro diario, perchè questa domenica andiamo tutti a pranzo fuori ed io non sono mai stata in un ristorante. Credevo che sarei rimasta a casa a pranzare da sola finchè verso le tredici la signora non mi ha chiamata e:
    Carmelina, ma come non ti prepari per uscire, hai ancora il grembiule!

  • Signora non avevo capito che venivo anche io, pochi minuti e sono pronta.

Ma ora, dopo essermi vestita, sono qui a scrivere perchè Carla non è ancora tornata dalla chiesa ed il signore sta facendo il finimondo:

  • Ma come, sa che l'aspettiamo, sa che non deve fermarsi a parlare con nessuno e tornare subito a casa, appena arriva le devo fare una ramanzina come si deve.

  • Antonio, sarà stato padre Gino a trattenerla, vedrai che pochi minuti e sarà qui.

La signora ha quasi la voce rotta dal pianto, lei desidera solo che tutti siano sereni.

Ora scappo, il campanello annunzia il ritorno della signorina Carla.

 

Quante cose nuove ho da narrarti, caro diario. Prima di tutto il ristorante era sul lungomare ed ho visto per la prima volta il mare, con il suo bell'arco ed il verde degli alberi della villa Comunale. Sapessi che belle le onde che vanno e vengono come capita a volte con i pensieri, lente, avanti ed indietro senza stancarsi, sembravano carezzare la sponda.

Poi al ristorante c'era la musica con il cantante che cantava un po' di canzoni antiche ed anche qualcuna un po' moderna. Ha cantato anche un pezzo che mi ha detto Carla si chiama Mattinata e che parla di primavera e di baci e mi ha fatto pensare ad Antonio. Come vorrei fosse anche lui qui.

Pensa che io, una cameriera, sono stata servita a tavola da un cameriere che mi chiamava signorina.

Ho potuto scegliere ciò che desideravo da una lista che si chiama meniù ed era così lunga che mi ci sono voluti cinque minuti ed il cameriere che mi incalzava con il suo:

  • E lei cosa prende, signorina?

per decidermi.

Dimenticavo di dirti che siamo andati e tornati con un'auto e che ora, come molte altre domeniche vado al cinematografo che si fa in una stanza molto lunga e buia anche alle tre del pomeriggio e non in piazza sul telone bianco come al mio paese, pensa che non devo portarmi neanche la sedia.

 

Il biglietto

Sono davvero emozionata perchè oggi Giovanni, nel consegnarmi la spesa mi ha messo in mano anche un biglietto. L'ho guardato stranita ed in modo interrogativo e lui:

  • Promettimi che lo leggerai con attenzione.

Pensa che la mattina è il momento di massimo lavoro per me ed ho dovuto mettere il biglietto in tasca ed aspettare l'ora di pranzo, quando messa la tavola si aspettano i signorini ed il signore.

Sono andata poi in bagno ed ho cominciato a leggere. Giovanni dice che mi ama, che ha intenzioni serie e vuole chiedere la mia mano a mio padre. Dice anche che con il suo ed il mio lavoro potremo presto sposarci e mettere su casa insieme e, mi vergogno un po' anche a dirlo a te, dice che vorrebbe tanti figli da me.

Non avevo neanche finito di leggere che la signora mi ha chiamato e con tono curioso mi ha chiesto:

  • Carmelina, ma stai bene?

Sono uscita di corsa e:

  • Si, signora.

  • Hai un'aria strana, è forse successo qualcosa?

Le ho detto del biglietto e lei se l'è fatto mostrare e dopo averlo letto mi ha chiesto cosa ne pensavo.

  • Mi sento imbarazzata e lusingata, ma non so proprio cosa rispondergli.

  • Devi pensarci un po' sopra, Carmelina. Giovanni è un bel ragazzo, ha un buon lavoro ed un buon carattere, potrebbe renderti felice. La notte porta consiglio, domani ne riparleremo.

 

 

 

Alcuni anni dopo

Caro diario, sono proprio contenta di averti ritrovato perchè dal giorno della proposta di matrimonio di Giovanni, sono trascorsi alcuni anni e non riuscivo più a ricordare dove ti avessi conservato. Tutto accadde così in fretta che non ebbi che il tempo di fare i bagagli.

Devi sapere che quella notte non mi portò consiglio e la mattina dopo, mentre ero ancora incerta e dubbiosa, squilla il telefono, la signora risponde e poi:

  • Carmelina, sta arrivando tuo padre, è a piazza Garibaldi e tra poco sarà qui.

  • Ma cosa è successo? Lui non si muove mai dal paese, se appena può.

  • Non lo so, cara, ma penso non sia qualcosa di grave a giudicare dal tono della voce.

La signora non conosce mio padre, come può indovinare dal tono della voce?

Sarà capitata di certo qualche disgrazia ad un familiare. Lo stomaco mi si contrae ed il pensiero corre alla nonna, agli zii, ai cugini, ai fratelli e sorelle ed a tutto il parentado. L'attesa è breve ed il trillo del campanello della porta interrompe il triste fluire dei pensieri. La signora va ad aprire, mi chiama per raggiungerla in sala da pranzo e dopo aver offerto un caffè a mio padre:

  • Ora vi lascio soli, così potrete parlare con calma.

Avevo scrutato il viso di papà fin dal suo ingresso in casa e non vi avevo scorto alcun segno di tempesta, per cui mi ero tranquillizzata pensando che non doveva trattarsi di una qualche disgrazia.

Come lo scoppio di un petardo mi fa:

  • Carmilì, Antonio mi ha chiesto la tua mano, cosa ne pensi?

  • Pà, so che queste cose le decidono i genitori per i figli, non capisco come mai chiedi la mia opinione.

  • Carmilì i tempi sono cambiati – si ferma a fare una pausa lunga – c'è stata una guerra, abbiamo conosciuto la fame, il dolore, la morte e la disperazione. Io e tua madre abbiamo capito che ognuno deve vivere al meglio la propria vita, perchè altra non ci è dato saperlo con certezza se esista. Se tu sei contenta, lo siamo pure noi. Antonio è un contadino, non ti può dare una vita in città, ma è un gran lavoratore e non farà mai mancare il cibo né a te, né ai figli che avrete.

Dal suo imbarazzo mi è sembrato di capire che anche tu hai una qualche simpatia per lui.

Non ho avuto un attimo di esitazione, caro diario ritrovato, ad accettare la proposta di Antonio. Abbiamo quattro bellissimi figli che sono la nostra gioia ed ogni tanto vado a Napoli a trovare la mia signora. La vita in campagna è più dura di quella in città, ma forse i miei figli un giorno, se avranno voglia di studiare e migliorarsi, potranno godere di quegli agi. Io sono felice così.

 


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martedì, 22 settembre 2009

 

 

 

AMORE A PRIMA VISTA

 

Avevo circa otto anni e vivevo a Teggiano, in provincia di Salerno. Dai suoi punti più elevati si può ammirare tutto il Vallo di Diano, ma il mare, no. Per vedere il mare bisogna spostarsi di diversi chilometri e arrivare a Sapri. Ma fu sufficiente, a me bimbo, vedere quell’ampia distesa azzurra una volta, per rimanerne come folgorato, affascinato per sempre.

Nel 1944 avevo quindici anni e gli echi della guerra in cui era impegnata l'Italia giungevano fino a me solo attraverso la radio, un po’ di lettere di compaesani al fronte e le notizie riportate da chi andava per qualche affare a Salerno o a Napoli. Ero così a conoscenza dei bombardamenti, delle deportazioni e della fame. Tutto però era lontano e non patii mai la fame data la vocazione agricola della zona. Il paese sembrò animarsi con l’arrivo di un gruppo di signorine che da Napoli erano sfollate a Teggiano in cerca di cibo. Offrivano, in cambio di vitto e alloggio, la loro abilità nel fare scarpe di pezza – eh, si all’epoca non si potevano avere scarpe in pelle data la guerra!

I paesani tutti accolsero di buon grado le ragazze che a turno andavano ora a casa dell’uno ora a casa dell’altro. Un giorno toccò alla mia famiglia ospitare la signorina Teresa. La ricordo ancora bene, quella giovane donna: di qualche anno più grande di me, aveva capelli rossi e mossi e due occhi azzurri come il mare.

La domenica mamma era solita organizzare un pasto speciale ed il sabato era dedicato al lungo e paziente allestimento del sugo. Il ragù richiedeva molte ore di cottura a fuoco lento, il suo frequente rimescolamento con il cucchiaio di legno ed un amore immenso per i propri cari. La mattina del giorno di festa ricordo ancora bene la mamma mentre preparava sulla spianatoia infarinata montagne di gnocchi con la precisione e la cura di un cesellatore; le sue mani rapide e decise tagliavano e con la punta della forchetta arrotolavano piccoli pezzi d'impasto e, tornati dalla messa, tutti intorno al tavolo a gustare quella leccornia. Quando Teresa entrò a far parte della tavolata familiare, si rese conto che mamma amava cucinare in grande abbondanza e così una domenica, con aria incerta le chiese:

"Signora, sarebbe possibile offrire un piatto di gnocchi ad un prigioniero politico che si trova nella certosa di Padula? Il prigioniero è un buongustaio e si sa che in carcere il cibo non è dei migliori."

"Certo, Teresa, lo porterà Francesco subito."

Così dovetti inforcare la bicicletta e farmi i tanti chilometri che mi separavano da Padula con il piatto di gnocchi accuratamente avvolto nei tovaglioli. Da quella domenica, anche dopo che Teresa se ne fu tornata a Napoli, mi toccò compiere il lungo tragitto in bici verso la certosa di Padula per portare da mangiare ad un prigioniero che non vidi mai e del quale ignoravo anche il nome. Teresa mi forniva un biglietto con scritto un numero da dare alla guardia ed io non sapevo altro.

Perché Teresa avesse scelto proprio quel prigioniero, lo avrei scoperto solo molti anni dopo.

Per molti mesi la domenica inforcai la bicicletta verso Padula.

Tutto passa ed anche la guerra passò. Quando con i miei genitori si dovette decidere del mio futuro scolastico, mi mostrai deciso, non ebbi alcun tentennamento, sarei andato alla scuola navale a Venezia. Molti dei miei compaesani avevano trovato lavoro come marittimi ed al ritorno a casa portavano doni e notizie da tutto il mondo e tale possibilità, unita al fascino del mare, non mi fece dubitare neanche un secondo sul mio avvenire.

Mamma e papà cercarono di indurmi a riflettere sulla mia scelta:

"Francesco, il Vallo non offre possibilità di andare per mare; terminati gli studi sarà difficile trovare un armatore che ti dia lavoro, pensaci bene!"

"Non so quel che mi riserva il futuro, ma so che il mio avvenire è sul mare."

Fu così che partii per Venezia con il cervello ed il cuore pieni di speranze. Trascorsero gli anni dell’istruzione e, terminata la scuola , tornai a casa.

Ora avevo un titolo di studi valido e mi misi alla ricerca di lavoro, ma con l’Italia ridotta ad un cumulo di macerie e la sua economia in ginocchio, non era facile, anzi era molto difficile.

Quando, bussato a tutte le porte note o ignote, mi resi conto che non c‘era un lavoro per me, fui preso dalla disperazione e giunsi persino a dubitare delle mie scelte. Fu allora che mamma ebbe un’idea:

"Perché non cerchiamo di rintracciare la signorina Teresa? Lei è napoletana e può darsi che conosca qualcuno disposto a darti un posto di lavoro."

Fu così che andai a Napoli in cerca della signorina Teresa. La ricerca non fu facile. Molti napoletani dopo essere sfollati in piccoli centri della Campania non avevano trovato più le loro abitazioni o perché distrutte dai bombardamenti o perché occupate da altre persone, ma io ero giovane ed il mio destino dipendeva da quella ricerca. Non mi persi d’animo e d’indicazione in indicazione riuscii nella mia impresa. Così venne il giorno che, seduto a prendere un caffè con la signorina Teresa, le esposi il mio problema. Il suo sguardo, limpido come il mare, aveva seguito con attenzione il mio racconto e la bocca le si aprì in un radioso sorriso:

"Francesco, sai a chi hai portato gli gnocchi a Padula?"

"No, come potrei?"

"Era il comandante Achille Lauro al quale faccio da segretaria da prima della guerra.

Il comandante Achille Lauro, che divenne poi sindaco di Napoli, era un uomo di carattere ed un imprenditore accorto. Egli stava rimettendo in sesto una flotta marittima che col tempo diventò una delle più importanti flotte mondiali e molto si è discusso nel corso degli anni sulle origini delle sue fortune, ma a me poco interessava tutto ciò, quindi accettai di buon grado di mettermi in contatto con lui.

Ricordo bene il nostro incontro.

Teresa mi indicò :

"Comandante le presento Francesco, il giovane che la domenica le portava il piatto di gnocchi a Padula."

L’uomo fece qualche passo verso di me e mi pose con fare cordiale le mani sulle braccia, quasi a stringermi in un abbraccio, poi:

"Giovanotto, hai portato la tua roba?"

"Vado a prenderla subito, signore, perché?"

"Da oggi sei assunto nella mia flotta con destinazione l’Alaska."

Quello fu il mio primo incarico e da allora per tutta la mia vita lavorativa ho navigato con la flotta Lauro.

FINE


 


 


 


 

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martedì, 22 settembre 2009



Apro gli occhi con un sobbalzo, ma vedermelo dinanzi con gli occhi colmi di vivacità mi tranquillizza.
Il mio nipotino di circa cinque anni è seduto di fronte a me in atteggiamento sereno ed io che devo badare a lui mi sono appisolata, ciò non mi capitava mai qualche anno fa, ma il tempo porta via la resistenza della gioventù.
Luca fissa con attenzione un punto alle mie spalle e lo sento dire:
"Chi sei? Come ti chiami?"
Siamo soli in casa, non starà parlando con qualche amico immaginario?
"Con chi parli, Luca?"
"Con quel signore, nonna" ed il dito indica qualcuno dietro di me. Con un po’ di apprensione giro la testa e do un’occhiata.
Alle mie spalle un uomo giovane, con una capigliatura bionda ed occhi cerulei, mi fissa con aria sardonica.
"Cosa ci fa lei qui? Com’è entrato in casa mia? Esca subito."
"Signora, si calmi, mi dia modo di spiegarle."
"Esca subito!"
Il giovane incurante non mi da ascolto e tranquillo viene a sedersi di fronte a me ed accanto a Luca.
"Nonna, posso chiederti una cosa?"
"Certo, caro."
"Perché nasciamo se dobbiamo morire? Perché il nonno è morto?"
Ancora con quelle domande che non ci si aspetterebbe mai fossero fatte da un bimbo di quell’età e che mi mettono in un terribile imbarazzo.
Il giovane risponde in mia vece:
"Questo è il destino degli uomini, piccolo."
Luca senza esitazione replica:
"Cos’è il destino?"
Eccolo ancora con quelle sue incredibili domande. Sono giunta alla mia età ponendomi spesso le stesse domande, ma non trovando alcuna risposta, né per me, né da fornire a Luca.
"E’ la via tracciata e che dobbiamo seguire."
"Come un’autostrada?"
"Proprio così. A volte si va dritti, poi si compiono piccole curve, salite e discese. Si accelera e si rallenta secondo la strada."
"Ma in autostrada si può arrivare in città diverse, mentre se ho capito bene il destino conduce solo alla morte."
Ascolto con attenzione notando la facilità di risposta di entrambi.
Il giovane prorompe in una risata e:
"Ma nel frattempo quante cose belle hai visto, hai fatto, quante persone hai incontrato ed a quante hai dato il tuo amore."
Luca rimane per un attimo pensieroso, poi:
"Volevo bene al nonno, è vero, ma non capisco cos’è questa morte, so solo che il nonno mi manca e che secondo nonna e mamma mi vede di lassù, ma che non potrò giocarci più insieme, non mi porterà più i biscotti quando viene a trovarci e non parlerò più con lui."
Lui mi è di fronte ed in fine posso chiedergli ciò che da tanto mi assilla e preoccupa. Mi faccio coraggio:
"Che senso ha?"
"Tutto ha un senso."
"Se io non lo vedo, no che non lo ha" replico con furia.
"Non lo vedi ora, cara… prima o poi, però lo vedrai anche tu."
"Poi….. cosa me ne farò poi. Ho bisogno di saperlo ora, ora che, diventata anziana, sento tutto sfuggirmi, dissolversi nella mancanza di prospettive."
"Non chiederti perché, agisci invece."
"Agire per fare cosa?"
"Per trasferire ad altri i tuoi dubbi e le tue certezze."
La cosa comincia a farmi venire mal di capo. Il giovane parla in tono sicuro, come fosse il detentore della verità ed io non so né chi è né come sia entrato in casa mia.
Torno a ripetere:
"Mi dica com’è entrato."
"Io sono sempre stato in questa casa, da quando tu da ragazzina cercavi con affanno libri da leggere ed ancora prima ero con te quando bimba, in via X,giocavi e prima ancora quando eri nel grembo di tua madre."
"Non ti conosco non so chi sei e mi hai stufato, ora chiamo la polizia."
"Chiamala pure, ma loro non mi vedranno e ti prenderanno per una vecchia pazza."
"Nonna, non chiamare la polizia, ti prego."
Tutto sta assumendo un che di grottesco con Luca che mi supplica ed io che sono intimorita dalle previsioni dell’estraneo. Guarda cosa mi doveva capitare alla mia età! Questo giovane sembra davvero conoscermi da sempre, ma lui è molto più giovane di me, come avrà fatto a sapere tante cose sul mio conto? Forse sono davvero diventata pazza e questa è un’allucinazione. Qualcuno comincia a dare fuori di testa credendosi Napoleone ed io, invece, vedo e parlo con un’entità misteriosa.
"Tu sai tante cose di me, ma come fai? Sei un detective?"
Il giovane prorompe in un'allegra risata, poi replica:
"No, che non lo sono, ma puoi immaginare chi io sia, sei intelligente, sforzati!"
Il mio mal di testa diventa sempre più forte mentre le mie cellule grigie elaborano un'ipotesi dopo l'altra: è un angelo venuto a rispondere a Luca per togliermi d'imbarazzo, no è un diavolo che mi vuole condurre a compiere un atto insano contro uno sconosciuto, no è lo spirito di mio suocero venuto a trovare Luca per dargli conforto. Scarto tutte le ipotesi ritenendole altamente improbabili. Forse è un ladruncolo filosofo. Filosofo, ma sempre malintenzionato.
Mi alzo un po' a fatica e subito il giovane mi dice:
"Non si muova signora, per favore."
"Ho necessità di sgranchirmi le gambe."
Con lentezza mi avvicino al cassettone dove da anni giace scarica la vecchia pistola di mio padre. Non è proprio in vista, è sotto le numerose carte e bollette che in bella mostra testimoniano il mio disordine.
Proprio in quel momento, mentre sono pronta ad afferrare l'arma:
"Non posso fermarmi più, ora devo andare, ciao Luca, ciao signora."
In un niente si è avviato alla porta, l'ha aperta ed è sparito insieme al mio mal di testa.
Tranquillo il tempo scorre, incurante di noi, delle nostre emozioni, dei nostri desideri ed aspirazioni. Lui passa senza soffermarsi, non indugia, lui. 
 

postato da: MARLETI alle ore 10:14 | Permalink | commenti
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martedì, 22 settembre 2009


Al paese

Sono i primi anni ’50 ed ho quindici anni quando un giorno Don Francesco il sensale di cameriere viene a casa mia e chiede di parlare con mio padre.

"Accomodatevi - e gli faccio cenno alla porta - lo vado ad avvertire subito."

Corro nel campo dove mio padre sta zappando il terreno e lo chiamo. Lui si deterge il sudore sulla fronte, poi si asciuga le mani, mette la zappa sulla spalla e viene verso di me con un’aria che non promette nulla di buono.

"Carmilì ti ho detto cento volte che quando lavoro non voglio essere disturbato."

"C’è Don Francesco che ti vuole parlare, l’ho fatto entrare in casa e ti aspetta."

Mio padre sbuffa, mi guarda in tralice e si avvia verso casa.

"Tu resta fuori, se ho bisogno ti chiamo io."

"Va bene" rispondo a malincuore perchè sono curiosa.

Aspetto per un po’, poi vado a dare da mangiare ai polli sull’aia , nel frattempo è tornata mamma dalla stalla e saputo di Don Francesco ha aspettato con me fuori.

Esce papà e:

"Antoniè, Carmilì, venite a sentì pure vuie."

Entro timorosa al seguito di mammà.

Papà ha un’aria strana, sembra incerto, lui che è sempre così sicuro di sé.

"Don Francesco mi ha detto che ci è capitata una vera fortuna, anzi è capitata a te, Carmilì. C’è una famiglia a Napoli che cerca una ragazza a servizio. Non importa che la ragazza abbia referenze, ci penserà la signora ad istruirla. Basta che sia docile e di buon carattere."

La proposta mi fa sbarrare gli occhi perché molte compagne mie sono andate a servizio in città e quando sono tornate in visita al paese erano diverse, sembravano delle signorine con i capelli tagliati e degli abiti nuovi e poi tutte hanno le mamme che con i soldi guadagnati stanno preparando il corredo. Io non sono fidanzata, ma chi se la piglia una che non ha neanche un poco di corredo?

"Don Francè e quanto le darebbero?"

"Antoniè, pensa le darebbero x lire, cioè quanto prende una cameriera finita"

Interviene mio padre:

"Che te ne pare, Carmilì, ci vuoi andare?"

Non sono mai andata a Napoli, anzi non mi sono mai spostata dal paese, se non per andare al Santuario della Madonna, poi la somma mi sembra enorme e mi viene un dubbio:

" Per quanto tempo devo rimanere a servizio per quella somma?"

"Per un mese, stupida."

Interviene mammà:

"Don Francè, Carmelina è na figliola, c’ho dovete dicere alla signora che l’adda considerà comme na figlia, la deve sorvegliare, ci deve badare lei."

Il sensale prende un’aria seria e:

"Antonietta, sono solo marito e moglie e due bambini, maschi giovani non ce ne sono e poi sono persone perbene, timorate di Dio, lo sapete come lavoro io, ho preso informazioni."

Mammà si alza e:

"Don Francè, però a Napoli ci vengo pure io, voglio vedere dove vivrà mia figlia, che aspetto hanno la casa e la signora."

"Antoniè, i soldi per il viaggio sono vostri, se volete, venite pure voi."

Don Francesco prende appuntamento per il martedì successivo alla fermata della corriera che porta a Napoli verso le sei e trenta, ci saluta e se ne va.

Mammà chiude la porta e corre verso la cassapanca, dal mazzo di chiavi che ha alla cinta ne pesca una, la infila nella serratura della cassapanca, la apre ed in fretta fruga.

"Antoniè, ma che cerchi?"

"Virgilio vedo se c’è qualcosa per Carmilina, mica la possiamo mandare a Napoli con il grembiule."

Quella cassapanca è il luogo dove mammà conserva il suo corredo ed ogni genere di cose femminili: i ferri per la maglia, matasse di lana e cotone, scampoli di stoffa comprati alla fiera e il suo corredo tutto ricamato. Anche io ora potrò avere una cassapanca dove sistemare il corredo che mi farò con i soldi guadagnati.

Mamma mette da parte qualcosa con cura, poi si toglie il grembiule, si arrotola i capelli, vi mette sopra un fazzolettone e, girandosi verso la porta di casa dice:

"Vado un momento da donna Rosetta per vedere se ha una valigia da prestarmi."

Rimango con mio padre fino al ritorno dei miei fratelli e sorelle dai campi. Sembrano sei lupetti affamati quando scodello nei piatti la pasta e patate. Sono giovani, loro ed il lavoro nei campi è duro.


Andiamo a Napoli

Il martedì io e mammà siamo puntuali alla fermata e mi sento emozionata perché non sono mai stata così lontano. Tutto mi appare nuovo, anche l’ultima casa del paese eh si che la conosco bene, lì ci abita la mia amica Anna!

Dopo qualche ora siamo a Napoli e lo spettacolo mi sembra ancora più strano con tante macchine, le piazze grandi con le statue e tanta gente per strada.

In prossimità della fermata Don Francesco fa un cenno a me ed a mammà, così siamo i primi a scendere Ci avviamo per una via dritta e dopo circa una mezz’oretta vedo un castello che sembra quello di Biancaneve che ho visto sul libro della maestra.

"Carmilì acconciate ‘nu poco stì capille, me sembri ‘na pazza."

"Don Francè, mica tengo ‘o pettine, io."

Cerco di aggiustarmi un poco con le mani dopo aver posato la valigia per terra.

Ci inoltriamo in un palazzo con l’ingresso grande e cominciamo a salire le scale. Non sono abituata a salire le scale e dopo un po’ mi sembra che mi giri la testa, ma siamo arrivati ad una porta lucida lucida con dei pomoli che sembrano d’oro.


La prima giornata a casa dei signori

La porta ci viene aperta da una signora che sembra giovane come me. Con un gesto della mano ci fa cenno di entrare.

"Entrate, prego, vi aspettavo, vi faccio strada. Chiude la porta e ci fa entrare in quello che lei chiama lo studio di mio marito."

"Signò, questa è Carmilina."

"Carmilì saluta la signora."

"Buon giorno, signora."

"Fatti guardare, Carmelina, come sei giovane!"

Si mettono poi a parlare del mensile e la signora dice:

"Avrai la domenica libera, Carmelina."

"Signò, Carmilina non conosce nessuno a Napoli, a che le serve avere la domenica libera? Carmilina è giovane assai e Napoli è grande, può essere che si sperde pure."

"Gentile signora mamma, non si deve preoccupare, le prime volte può uscire con Nunzia, la ragazza che lavora al piano di sopra che è una brava ragazza e qualche volta la domenica può andare al cinematografo con i miei bambini."

"Signò c’ate ‘a stà accorta vuie, pecchè ‘a guagliona è ingenua assai."

"Non vi preoccupate la tratterò come una figlia."

Poche altre parole poi mammà mi si avvicina e mi bacia forte sulle guance, mi saluta e mentre mi giro già sono usciti per far ritorno a casa. Chi sa quando rivedrò la mia casa, non è bella come questa, ma sembra già che mi manchi.

"Carmelina, vieni con me che ti faccio vedere l’appartamento."

Ci inoltriamo per il corridoio e siamo in “sala da pranzo”. Attraverso i vetri del balcone rivedo il castello e quella vista mi fa passare il groppo che ho alla gola.

La signora guarda l’orologio che al polso e mi chiede di aiutarla ad apparecchiare la tavola.

Mi mostra poi il cassetto con la tovaglia ed i tovaglioli, il posto dei piatti e quello delle forchette e dei bicchieri. Mi indica come sono disposti i posti e prende piatti, posate e bicchieri come se a tavola dovessero sedersi dodici persone.

Mentre mi affanno a mettere il secondo posto lei va in cucina a preparare e mi dice di raggiungerla dopo ce ho finito.

Anche la cucina è uno spettacolo per me. Invece che dal camino, il fuoco esce da un aggeggio piatto e la fiamma è azzurra e piccola, ma deve riscaldare bene perché dopo poco l’acqua per la pasta già bolle.

"Carmelina, oggi mangiamo una minestra e una braciola di carne, ti piace questo cibo?"

"Signora, a casa mia la carne è cibo per la domenica, se ce lo possiamo permettere."

Credo che mi troverò bene in questa casa e poi mi piace tanto il suono della voce della signora quando mi chiama Carmelina!

Poco dopo squilla il campanello della porta la signora mi dice di andare ad aprire la porta perchè sono i figli che tornano da scuola.

Entrano due bambini con i grembiuli della scuola che sono celesti, invece che neri come quelli che portano gli scolari al paese mio.

Il maschietto, più piccolo mi chiede:

"Chi sei, tu, non ti conosco."

"Sono Carmilina, la nuova cameriera."

Interviene la femminuccia:

"Ahahah! Non si dice Carmilina, si dice Carmelina."

I bimbi si tolgono i grembiuli e corrono in cucina.

  • Bentornato, Federico, bentornata Carla. Andate a lavarvi le mani che tra poco papà sarà di ritorno e voi sapete che non può rimanere per molto tempo. Carmelina vai con loro e se occorre, lavati le mani anche tu.

I bimbi si girano e si inoltrano per il corridoio mentre io li seguo.

Il maschietto apre una porta e vedo una stanza con le mattonelle alle pareti – che strano, al paese le mattonelle sono solo per terra.

Federico gira una specie di pomolo ed esce dell’acqua, prende poi una saponetta rosa e si sfrega le mani facendo formare una schiuma morbida e leggera, si sciacqua, si asciuga, rigira il pomolo e cede il posto alla sorella che rifà gli stessi gesti, poi si sposta e:

  • Carmelina, ora tocca a te.

Cerco di girare il pomolo, ma l’acqua non esce ed allora ritento.

  • Sei proprio una sciocca, devi girare al contrario.

  • Si signorina.

Mortificata faccio il gesto giusto e penso che questa bimba è proprio una strega, altroché signorina come mi ha detto di chiamarla Don Francesco. Al mio paese l’acqua la dobbiamo prendere dal pozzo e per bere dobbiamo andare alla fontana in piazza e metterci sulla testa il pesante catino. Qui tutto è così semplice e poco faticoso.

Il trillo del campanello fa scappare i due bimbi ad aprire la porta. Dall’ingresso mi giungono rumori di baci e voci che dicono:

  • Ciao papà.

  • Ciao Federico.

  • Ciao Carla.

  • Antonio, questa è Carmelina, la nuova domestica.

  • Benvenuta, Carmelina!

  • Buongiorno, signore.

Mentre tutti si dirigono verso la stanza da pranzo, La signora mi fa cenno di seguirla in cucina e mi fa vedere un posto apparecchiato sulla tavola.

  • Carmelina, tu mangerai qua. Appena senti un campanello vieni in camera da pranzo e porta il secondo piatto. Versa poi la minestra in una capace zuppiera, la prende e se ne va.

  • Va bene signora.

Mi seggo e comincio a mangiare la minestra con un po’ d’esitazione perché solo di rado ho mangiato in casa d’altri. Com’è buona questa minestra, la signora è proprio una brava cuoca!

Dalla stanza da pranzo mi arrivano brandelli di conversazioni e di risate e mi fanno immalinconire perché mi sento sola. Dopo poco sento un campanello e prendo il piatto da portata e lo porto di là.

  • Qui, mettilo qui.

Metto il piatto accanto alla signora che mi dice di aspettare, fa i piatti a tutti e poi mi porge il piatto da portata dicendomi di riportarlo in cucina.

Dopo la frutta i bimbi hanno il permesso di alzarsi da tavola e vanno nella loro camera a studiare. Anche a me sarebbe piaciuto studiare, ma ho fatto solo fino alla quinta elementare perché soldi per i libri non ce n’erano a casa mia e papà ha detto:

  • Sai leggere e fare di conto. Di più non ti serve per dar da mangiare alle bestie e badare ai figli che avrai quando ti sposerai.

Forse aveva ragione lui, ma mi è sempre piaciuto leggere e scrivere e solo la maestra Veronica ogni tanto mi viene a trovare e mi porta un libro. Tante volte mi ha detto di leggere tutto quello che mi capita tra le mani, così non dimenticherò come si fa. Un giorno, poi mi ha portato questo libricino dicendomi che è un diario dove posso annotare ciò che mi capita e non dimenticare come si scrive. Per fortuna che l’ho messo nella valigia, così ora mentre i bimbi studiano mi sono seduta alla scrivania dello studio, l’ho preso e con l’autorizzazione della signora sto scrivendo.

Ho chiesto il permesso alla signora che mi ha detto:

  • Certo che puoi sederti nello studio, ma se devi scrivere aspetta un momento.

Ha portato dei fogli di giornali e li ha stesi sulla scrivania dopo aver spostato tutto.

  • Così non devi preoccuparti della macchie.

Tranquilla prendo il calamaio, l’asta della penna, il nettapenne nero e un pennino nuovo. Intingo la penna e comincio a scrivere. Ora ti devo lasciare caro diario perché devo andare a rigovernare i piatti.


Il primo pomeriggio

Il pomeriggio è trascorso tranquillo pulendo la cucina e ammirando tutte quelle cose nuove: un armadio tutto bianco che ha la luce dentro e che la signora mi ha detto si chiama frigorifero - Una specie di dispensa dove mette le cose da mangiare - una macchina simile ad un cubo che serve a lavare la biancheria; una “cosa” lunga come una scopa che si chiama lucidatrice ed ancora non ho capito a cosa serve.

Federico nel pomeriggio se ne va al balcone a guardare il movimento per strada. Mi hanno spiegato che è solo da pochi mesi che abitano in questa casa e lui non si è stancato ancora di guardare le novità. Ad un certo punto mi ha chiamata e ha detto:

  • Vieni a vedere Carmelina.

Di fronte il castello e più vicino un cavallo attaccato ad una carrozzella che mangia da una sacca che gli pende dal collo. Non mi sembra tanto interessante la vista di un cavallo ma quella di alcuni uomini alti alti con cappellini strani bianchi in testa, quella si che è interessante.

  • Chi sono quelli?

  • Sono marinai americani.

  • Cosa ci fanno così lontano da casa?

  • Sono sbarcati da quella nave.

Il bimbo mi indica la ciminiera di una nave e poi prosegue:

  • Hai visto che alcuni hanno la pelle nera?

  • Si non ne avevo mai visti prima.

  • Neanche io prima di venire ad abitare qua e poi se siamo fortunati possiamo vedere dei turisti americani vestiti strani e tante altre persone di varie nazionalità, sai ho imparato a distinguere gli indiani dai cinesi.

Quante novità tutte in una volta, mi sento girare la testa.


La prima notte fuori casa


la sera, dopo la cena tolgo i piatti sporchi e pulisco la cucina. Ora che conosco la casa un poco meglio, mi chiedo dove dormirò perché ci sono solo due camere da letto ed una è quella dei signori, l’altra quella dei bambini e in nessuna delle due ho visto un altro letto per me.

  • Carmelina, vieni, ti mostro dove dormirai.

  • Subito, signora – e corro nel corridoio.

La signora mi fa cedere una grande poltrona verde che sembra di pelle.

Non sarà un letto, ma deve essere comoda, sembra morbida.

  • Ecco, Carmelina, devi fare così.

Pochi gesti e dalla poltrona aperta esce una rete che si alza, sotto, piegato in due un materasso. Aiuto la signora e mettiamo il materasso sulla rete. La signora mi da le lenzuola e preparo il letto.

  • Carmelina, per la notte puoi accendere questo lume qui e se hai bisogno del bagno, sai dov’è il tuo bagno.

Caro diario, mi ero dimenticata di dirti che in questa casa avrò un bagno tutto mio.

Posso entrarvi dal corridoio o direttamente dal balcone del corridoio dove dormo.

La signora ha detto che certo non è molto comodo perché ci sono solo un lavandino ed il vaso, ma per lavarmi le parti intime posso usare un bidè (una specie di bacile) di ferro smaltato che è posto sotto il lavandino)e per fare il bagno una volta alla settimana userò il “bagno padronale”. Non ho capito bene, ma per me è il paradiso avere un vaso tutto per me in casa e potermi lavare con l’acqua fredda o calda. La signora mi ha detto pure che d’inverno, se devo andare in bagno di notte senza passare dal corridoio, dovrò ricordarmi di mettere la vestaglia per non prendere freddo.



alcuni mesi dopo

Sono passati alcuni mesi caro diario e mi sono abituata al rumore, alle luci ed a tutte le cose nuove della città. Il lavoro non è così faticoso come quello che facevo in campagna a casa mia, ma mi sembra di non aver un attimo libero per me perché devo sempre stare attenta a ciò che faccio o dico per non suscitare malumori e qui non posso nemmeno farmi scappare una mala parola come mi capitava qualche volta al paese con i miei fratelli. Anche lo sfogo che trovavo nello scrivere si è interrotto quando Carla un giorno ti ha trovato ed è andata in giro per casa a leggerne pezzi a tutti. Mi sono sentita umiliata, mortificata e piena di vergogna.

Ora mi sono un poco ingrassata e la signora un giorno che siamo andate insieme a comprare i grembiuli (sapessi come sono carini, sembrano dei vestiti celesti e sopra c'è anche un grembiulino piccolo da mettere quando viene qualcuno a prendere il caffè o pranzo o a cena) mi ha osservata a lungo e poi:

  • Carmelina credo che tu abbia bisogno di una maglia nuova, questa ti stringe troppo.

Così mi ha fatto provare diverse magliette e pensa a fatto scegliere a me ciò che volevo. Mi sento proprio bella con questa maglia (la signora la chiama pullover) che è di un bel punto di azzurro e, come dice la signora:

  • Si adatta bene con i tuoi capelli biondi e con il colore della pelle.

Anche Giovanni, il commesso della salumeria dove vado a fare la spesa si è accorto che sono cresciuta perchè prima mi trattava come una bambina, ma oggi mi ha chiesto:

Cosa posso servirle oggi, signorina?


Carmelina è cresciuta

Oggi sono molto confusa, caro diario. Quando uscivo per strada, prima, mi sembrava che nessuno badasse a me, non come al paese dove siamo sempre sotto gli occhi e sulla bocca di tutti. Ora tutto è cambiato in modo strano. Gli uomini mi fischiano dietro e mi dicono cose che non capisco, ma mi sembrano brutte. Mi sento in imbarazzo ed allo stesso tempo lusingata. Ho chiesto alla signora cosa significasse qualcuna delle frasi udita e lei:

  • Ma dove hai sentito queste cose?

Le ho dato spiegazione e lei mi ha detto:

  • Fa finta di non sentire e cammina dritta per la tua strada, a volte gli uomini sono un po' sciocchi e non si rendono conto che sei solo una ragazzina.

Da quel giorno, però, non vado quasi più a fare la spesa da sola ed esco con la signora.

Di questa vita in città mi piace anche un'altra cosa. Caro diario, mi ero dimenticata di dirti che in questa casa avrò un bagno tutto mio.

Posso entrarvi dal corridoio o direttamente dal balcone del corridoio dove dormo.

La signora ha detto che certo non è molto comodo perché ci sono solo un lavandino ed il vaso, ma per lavarmi le parti intime posso usare un bidè (una specie di bacile) di ferro smaltato che è posto sotto il lavandino)e per fare il bagno una volta alla settimana userò il “bagno padronale”. Per me è il paradiso avere un vaso tutto per me in casa e potermi lavare con l’acqua fredda o calda. C'è anche uno specchio dinanzi al quale posso pettinarmi e non sai che sollievo è non sentirmi più come una pazza.


Breve vacanza al paese

Oggi sono tornata al paese dopo quasi cinque mesi. Tutto mi è caro e sconosciuto ad un tempo, luoghi e persone. Il mio amico d'infanzia Antonio mi ha salutata dicendomi:

  • Ti devo chiamare signorina, ora?

Poi mi ha guardata con sguardo beffardo e mi ha detto:

  • Ce la fai ancora a correre fino in fondo alla strada?

Crede forse che in città mi sono rammollita?

  • Certo e ti batterò come sempre.

Caro diario non avevo pensato che correre con le scarpe e per giunta con i tacchi, non è come farlo a piedi scalzi.

  • Sei un pappamolle, Carmilì.

  • Zitto tu, lascia che mi tolga le scarpe.

Con gesto deciso mi tolgo le scarpe e via, lo batto come sempre e lui mi guarda e mi propone:

  • Facciamo un'altra corsa fino al pagliaio.

Ci dirigiamo veloci verso il pagliaio e vi sprofondiamo come al solito, ma Antonio mi crolla addosso ed affannando mi da un bacio sulle labbra.

Che cosa strana è stata, caro diario, il cuore mi batteva forte e mi sentivo il viso in fiamme. Immagina il mio imbarazzo dopo, quando mi ha chiesto:

  • Ti è piaciuto? Lo faccio ancora?

Siamo tornati piano in paese, senza parlare e come due estranei.


Ritorno a Napoli

Com'è strano ritornare a Napoli come se questa fosse casa mia e sentire lontana la mia casa al paese, lontana e cara ancora di più con il ricordo delle labbra di Antonio e negli occhi il suo sorriso scanzonato.

  • Carmelina è successo qualcosa ai tuoi? Hai un'aria strana.

  • No, signora, stanno tutti bene.

Come avrà fatto ad accorgersi di quello che mi frulla per la mente?

Ieri, mentre servivo il pranzo ho sentito il signore che diceva:

  • Sono un po' preoccupato per Carla, quella bambina mangia troppo poco.

La signora ha risposto che lo aveva notato anche lei e che ne avrebbe parlato con il medico di famiglia.

Da quando sono tornata i miei rapporti con Carla sono migliorati forse perchè mi sono offerta di fare un abito nuovo per la sua bambola preferita. Per me sarà un grande piacere – io non ho mai avuto una bambola e questa è davvero bella con i capelli biondi e lunghi e gli occhi azzurri. Mentre nel pomeriggio cercavo un po' di stoffa per l'abito in un cestino dove la signora mette i ritagli di stoffa, Carla mi si è avvicinata ed ha afferrato un pezzo di velluto blu scuro e :

  • Non ti sembra che questo possa andare bene, Carmelina?

  • Signorina Carla mi sembra adatto per un abito da sera.

  • Carmelina, la bambola serve solo per giocare, abito da sera o da mattina, cosa importa?

Insieme abbiamo continuato a pensare a come dovesse essere il modello e l'ho tagliato. Domani lo cucirò.

L'abito per la bambola è terminato ed è una vera bellezza. Carla mi ha detto:

  • Come sei brava, Carmelina, grazie.

La soddisfazione per me è staa grande e penso che questa bambina deve sentirsi sola senza sorelle e con poche amiche che abitano lontano, forse è per questo motivo che è sempre così di cattivo umore.


Qualche giorno dopo

Oggi Giovanni, il commesso della salumeria, è venuto a consegnare la spesa e nel porgermi la busta mi ha accarezzato la mano che io ho ritratto in fretta.

Federico ci ha visti ed è stato molto imbarazzante ascoltarlo mentre diceva a tutti:

  • Giovanni fa la corte a Carmelina.

La signora mi ha chiamata in disparte e mi ha chiesto se fosse vero. Le ho risposto che credo di si, ma non capisco bene perchè un giovane di città come lui dovrebbe fare la corte proprio a me che sono una povera paesanella.

  • Ti sei fatta una bella ragazza, Carmelina, perchè non dovrebbe farti la corte?

La sola cosa importante è che tu non gli dia confidenza finchè non si è

dichiarato e non abbia chiesto di parlarne con i tuoi genitori.

Il pensiero del bacio con Antonio mi ha fatto riflettere sul fatto che forse vorrei come fidanzato lui e non Giovanni.

Domenica



  • Oggi sono proprio felice, caro diario, perchè questa domenica andiamo tutti a pranzo fuori ed io non sono mai stata in un ristorante. Credevo che sarei rimasta a casa a pranzare da sola finchè verso le tredici la signora non mi ha chiamata e:
    Carmelina, ma come non ti prepari per uscire, hai ancora il grembiule!

  • Signora non avevo capito che venivo anche io, pochi minuti e sono pronta.

Ma ora, dopo essermi vestita, sono qui a scrivere perchè Carla non è ancora tornata dalla chiesa ed il signore sta facendo il finimondo:

  • Ma come, sa che l'aspettiamo, sa che non deve fermarsi a parlare con nessuno e tornare subito a casa, appena arriva le devo fare una ramanzina come si deve.

  • Antonio, sarà stato padre Gino a trattenerla, vedrai che pochi minuti e sarà qui.

La signora ha quasi la voce rotta dal pianto, lei desidera solo che tutti siano sereni.

Ora scappo, il campanello annunzia il ritorno della signorina Carla.


Quante cose nuove ho da narrarti, caro diario. Prima di tutto il ristorante era sul lungomare ed ho visto per la prima volta il mare, con il suo bell'arco ed il verde degli alberi della villa Comunale. Sapessi che belle le onde che vanno e vengono come capita a volte con i pensieri, lente, avanti ed indietro senza stancarsi, sembravano carezzare la sponda.

Poi al ristorante c'era la musica con il cantante che cantava un po' di canzoni antiche ed anche qualcuna un po' moderna. Ha cantato anche un pezzo che mi ha detto Carla si chiama Mattinata e che parla di primavera e di baci e mi ha fatto pensare ad Antonio. Come vorrei fosse anche lui qui.

Pensa che io, una cameriera, sono stata servita a tavola da un cameriere che mi chiamava signorina.

Ho potuto scegliere ciò che desideravo da una lista che si chiama meniù ed era così lunga che mi ci sono voluti cinque minuti ed il cameriere che mi incalzava con il suo:

  • E lei cosa prende, signorina?

per decidermi.

Dimenticavo di dirti che siamo andati e tornati con un'auto e che ora, come molte altre domeniche vado al cinematografo che si fa in una stanza molto lunga e buia anche alle tre del pomeriggio e non in piazza sul telone bianco come al mio paese, pensa che non devo portarmi neanche la sedia.


Il biglietto

Sono davvero emozionata perchè oggi Giovanni, nel consegnarmi la spesa mi ha messo in mano anche un biglietto. L'ho guardato stranita ed in modo interrogativo e lui:

  • Promettimi che lo leggerai con attenzione.

Pensa che la mattina è il momento di massimo lavoro per me ed ho dovuto mettere il biglietto in tasca ed aspettare l'ora di pranzo, quando messa la tavola si aspettano i signorini ed il signore.

Sono andata poi in bagno ed ho cominciato a leggere. Giovanni dice che mi ama, che ha intenzioni serie e vuole chiedere la mia mano a mio padre. Dice anche che con il suo ed il mio lavoro potremo presto sposarci e mettere su casa insieme e, mi vergogno un po' anche a dirlo a te, dice che vorrebbe tanti figli da me.

Non avevo neanche finito di leggere che la signora mi ha chiamato e con tono curioso mi ha chiesto:

  • Carmelina, ma stai bene?

Sono uscita di corsa e:

  • Si, signora.

  • Hai un'aria strana, è forse successo qualcosa?

Le ho detto del biglietto e lei se l'è fatto mostrare e dopo averlo letto mi ha chiesto cosa ne pensavo.

  • Mi sento imbarazzata e lusingata, ma non so proprio cosa rispondergli.

  • Devi pensarci un po' sopra, Carmelina. Giovanni è un bel ragazzo, ha un buon lavoro ed un buon carattere, potrebbe renderti felice. La notte porta consiglio, domani ne riparleremo.




Alcuni anni dopo

Caro diario, sono proprio contenta di averti ritrovato perchè dal giorno della proposta di matrimonio di Giovanni, sono trascorsi alcuni anni e non riuscivo più a ricordare dove ti avessi conservato. Tutto accadde così in fretta che non ebbi che il tempo di fare i bagagli.

Devi sapere che quella notte non mi portò consiglio e la mattina dopo, mentre ero ancora incerta e dubbiosa, squilla il telefono, la signora risponde e poi:

  • Carmelina, sta arrivando tuo padre, è a piazza Garibaldi e tra poco sarà qui.

  • Ma cosa è successo? Lui non si muove mai dal paese, se appena può.

  • Non lo so, cara, ma penso non sia qualcosa di grave a giudicare dal tono della voce.

La signora non conosce mio padre, come può indovinare dal tono della voce?

Sarà capitata di certo qualche disgrazia ad un familiare. Lo stomaco mi si contrae ed il pensiero corre alla nonna, agli zii, ai cugini, ai fratelli e sorelle ed a tutto il parentado. L'attesa è breve ed il trillo del campanello della porta interrompe il triste fluire dei pensieri. La signora va ad aprire, mi chiama per raggiungerla in sala da pranzo e dopo aver offerto un caffè a mio padre:

  • Ora vi lascio soli, così potrete parlare con calma.

Avevo scrutato il viso di papà fin dal suo ingresso in casa e non vi avevo scorto alcun segno di tempesta, per cui mi ero tranquillizzata pensando che non doveva trattarsi di una qualche disgrazia.

Come lo scoppio di un petardo mi fa:

  • Carmilì, Antonio mi ha chiesto la tua mano, cosa ne pensi?

  • Pà, so che queste cose le decidono i genitori per i figli, non capisco come mai chiedi la mia opinione.

  • Carmilì i tempi sono cambiati – si ferma a fare una pausa lunga – c'è stata una guerra, abbiamo conosciuto la fame, il dolore, la morte e la disperazione. Io e tua madre abbiamo capito che ognuno deve vivere al meglio la propria vita, perchè altra non ci è dato saperlo con certezza se esista. Se tu sei contenta, lo siamo pure noi. Antonio è un contadino, non ti può dare una vita in città, ma è un gran lavoratore e non farà mai mancare il cibo né a te, né ai figli che avrete.

Dal suo imbarazzo mi è sembrato di capire che anche tu hai una qualche simpatia per lui.

Non ho avuto un attimo di esitazione, caro diario ritrovato, ad accettare la proposta di Antonio. Abbiamo quattro bellissimi figli che sono la nostra gioia ed ogni tanto vado a Napoli a trovare la mia signora. La vita in campagna è più dura di quella in città, ma forse i miei figli un giorno, se avranno voglia di studiare e migliorarsi, potranno godere di quegli agi. Io sono felice così.


FINE











Al mattino, mentre sprimaccio i cuscini fuori al balcone mi rendo conto che c'è un insolito movimento dinanzi alla salumeria di fronte. Federico, che non è andato a scuola, osserva rapito la scena. Si vedono camionette della polizia, agenti e poi si ode l'ululato di una sirena di ambulanza che frenando di botto si ferma dinanzi alla salumeria.

  • Carmelina, sarà una rapina?

  • Speriamo di no, lì c'è Giovanni, forse qualcuno si è sentito male.

Al mio paese non esistono le ambulanze e tutta la forza pubblica è rappresentata da due persone.

  • Guarda, Carmelina, l'ambulanza va via.

Alcune ore dopo vengo a sapere che un povero disoccupato è entrato nella salumeria con un coltello, minacciando di usarlo in caso non gli avessero consegnato l'incasso.

Il proprietario si è reso conto della disperazione dell'uomo ed ha aderito di buon grado, aprendo il cassetto e mostrando l'incasso che era davvero esiguo.

Il poveraccio aveva agitato il coltello dinanzi al viso del salumiere affermando che dopo aver combattuto una guerra persa e dopo le lunghe ed inutili ricerche di un lavoro onesto,




postato da: MARLETI alle ore 09:08 | Permalink | commenti
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